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CRISTIANI ED EBREI IN TERRA SANTA

di Maroun Lahham

 

Il R.P. Maroun Lahham è dottore in Teologia per la Pontificia Università Lateranense di Roma. Da 1994 è Rettore del Seminario del Patriarcato Latino di Gerusalemme.

 

Se questo rapporto sui cristiani e gli ebrei in Terra santa avesse dovuto essere redatto prima del 13 settembre 1993, data della firma dell'accordo di principio tra 1'Olp ed Israele, parecchi punti non sarebbero stati trattati così positivamente come lo sono oggi. L'atmosfera di pace, infatti, è di importanza fondamentale per poter guardare l'altro con uno sguardo sereno ed obiettivo, soprattutto se questo altro divide con noi la stessa sorte e la stessa terra.

 

La mia esperienza personale di prete cattolico palestinese mi dice che uno sguardo positivo ed almeno in parte obiettivo sull'altro è, se non addirittura impossibile, certo assai difficile in una atmosfera tesa, dove l'altro non è stato un fratello da amare, ma un nemico da sopprimere.

 

Le relazioni tra cristiani ed ebrei in Terra santa hanno conosciuto gli stessi due grandi momenti delle relazioni tra cristiani ed ebrei durante i venti secoli di storia della fede cristiana: momenti di tensione, di incomprensione e momenti di distensione, di rispetto e di collaborazione. La differenza è segnata dall'ordine cronologico dei due momenti e dalle cause, sia della tensione, che della distensione.

 

1. La tensione

 

Comincio col precisare un punto di importanza fondamentale. Se c'è stata tensione tra cristiani ed ebrei in Terra santa, questa tensione non è mai stata nell'ordine della fede, ma nell'ordine della politica, della geografia e della psicologia (nell'ordine della alterità, precisamente). Giacché in Terra santa, dalla metà del XX secolo, non si può separare l'ebreo dall'israeliano, né il cristiano dal palestinese. Gli interessati stessi (ebrei e cristiani) rifiutano questa separazione e la considerano una offesa.

 

Si possono bene indovinare le conseguenze relazionali quando il sentimento religioso è raddoppiato da un sentimento politico conflittuale, e triplicato da una pretesa territoriale esclusivista. Conseguenza: un disagio evidente nella vita della fede, idee false e manipolazione delle Scritture, da una parte e dall'altra, soprattutto in relazione al concetto della terra, della violenza, dell'elezione, dell'alleanza e delle promesse divine.

 

Per l'ebreo di Terra santa, Israele è la 'sua' Terra. Dio l'ha promessa ad Abramo e alla sua discendenza. In questa terra il popolo ebraico ritrova oggi la sua serenità in faccia alle nazioni che l'hanno perseguitato nella sua diaspora. Per lui Dio, Stato e Terra sono il triangolo della sua sicurezza e della sua tranquillità.

 

D'altra parte, il cristiano di Terra santa ha il sentimento che la 'sua' terra è stata confiscata. Egli ha una viva coscienza di aver sempre vissuto in questo paese. La Palestina è il suo unico patrimonio politico e culturale. Egli non arriva quindi a capire che la promessa di Dio a un popolo lo debba 'spossessare' della sua stessa patria, né che la giustizia di Dio verso un popolo significhi una ingiustizia verso di lui, come individuo e come collettività.

 

Con questo disagio di carattere religioso, c'è un fattore psicologico che rende i rapporti tra cristiani ed ebrei in Terra Santa tesi e problematici: la paura. Essa è originata, da ambedue le parti, nel passato, vive nel presente e minaccia il futuro. Un mezzo secolo di incomprensioni, di lotte, di guerre, di resistenza e di oppressione ha causato meccanismi psicologici negativi, nonché certi atteggiamenti rigidi di sfiducia e di diffidenza, anche quando l'altro ha teso una mano sincera per la riconciliazione.

 

Questa paura dell'altro rischia anche oggi di condurre a una chiusura, nonché a un rifiuto netto dell'altro. E' una logica orribile perché degenera nella convinzione che la propria sopravvivenza, pace e sicurezza siano assicurate solo dalla soppressione dell'altro, quando in realtà la presenza dell'altro è invece un sostegno ed un appoggio, essendo la pace un'opera comune e solidale.

 

Ma la paura tocca in modo particolare il futuro. Paura che l'equilibrio già fragile di una eventuale alterità finalmente riconosciuta, venga minacciato o addirittura distrutto dalla zona di ombra che persiste nel cuore delle persone e delle comunità.

Paura di non essere capaci, cristiani ed ebrei, di trasmettere alle nuove generazioni una cultura di amore invece di una cultura di odio e di morte.

 

2. Le speranze

 

La crisi sopra descritta non rappresenta di fatto, e fortunatamente, che una parte della realtà. Rapporti sani, sereni e rispettosi tra cristiani ed ebrei in Terra santa sono possibili. Per fare questa affermazione io mi baso su due fatti: uno storico, l'altro religioso-morale.

 

Un dato storico è che cristiani ed ebrei in Terra santa hanno una lunga storia comune che risale al giorno della Pentecoste. La prima comunità cristiana della Terra santa era uscita dalla comunità ebraica; il giudeo-cristianesimo è un fenomeno storico religioso che ha prodotto una eredità teologica, catechetica e liturgica imponente. Non è che a poco a poco che la chiesa si è separata dalla Sinagoga. Infatti, occorre aspettare la fine del IV e il principio del V secolo per veder scomparire completamente il giudeo-cristianesimo.

 

Ma il periodo più brillante dei rapporti tra cristiani ed ebrei in Terra Santa è quello del medioevo, che è nel medesimo tempo l'età d'oro dell'impero politico e della letteratura araba, sia religiosa che scientifica. I cristiani e gli ebrei erano allora minoranze che vivevano in mezzo ad una maggioranza musulmana, con la quale dividevano la stessa storia e la stessa cultura. Le due comunità hanno vissuto insieme periodi di tolleranza ommayade, di difficoltà e persecuzioni abbassidi, di incomprensione crociata, di anarchia mammalucca e di vessazioni turche senza fine.

 

Un'altra caratteristica di questa presenza di minorità cristiane ed ebree in pieno mondo arabo-musulmano è che la loro presenza effettiva e il loro ruolo nella società, nel mondo letterario e scientifico (nella medicina, soprattutto), superava di gran lunga le loro percentuali numeriche (1).

 

Lo stesso può dirsi dei filosofi e sapienti ebrei. Mi limito a nominare il famoso medico Mammonide (2). Una disciplina letteraria in voga durante il medioevo era giustamente chiamata gli 'Israyyilyyat', cioè gli affari del popolo di Israele. Ed erano autori cristiani che studiavano gli autori ebrei nella letteratura islamica. Non è forse profetico?

 

Le speranze non si esauriscono col passato. Anche oggi, e più ancora che in passato, parecchi fatti permettono rapporti di alterità matura e positiva tra cristiani ed ebrei in Terra Santa:

 

- La fede in Dio. Le sane relazioni tra individui e popoli, che esse siano di natura umana, sociale o politica, non sono soltanto il risultato di abili negoziati politico-diplomatici, o di interessati compromessi economici (come sottolinea Giovanni Paolo II) ma dipendono fondamentalmente da Colui che conosce il cuore degli uomini ed orienta e dirige i loro passi. E' dunque la fede in Dio, Padre e Creatore di tutti, il tratto comune tra cristiani ed ebrei in Terra Santa, che porta a conoscere l'altro come si conosce se stesso, ad accettare l'altro come si vuole essere accettati e a lasciarsi arricchire dalla presenza e dai valori umani, culturali e spirituali dell'altro, come lui li vive. Chi crede in Dio - dice Giovanni Paolo II - crede nell'uomo, e crede che l'uomo è capace di far prevalere il germe di bene che si trova nel suo intimo. E' capace, con la grazia di Dio, di superare i dolori ed i rancori del passato e di operare per un futuro pluralista basato sulla giustizia e sul rispetto dell'altro. Per un vero credente, l'alterità è possibile perché 'nulla è impossibile a Dio' (Lc 1,37).

 

- La Sacra Scrittura. Capita senza manipolazioni, accettata così come essa si presenta, cioè come una storia di salvezza personale e comunitaria, la Parola di Dio, profondamente rispettata dai cristiani e dagli ebrei di Terra Santa, è una grande possibilità per riunire in fraternità tutti i popoli e tutte le fedi della Terra Santa. Ma se essa è manipolata e mal compresa, rischia di divenire un'arma di ostilità ed uno strumento di morte per le persone, i popoli e le civiltà.

Questa fedeltà alla Parola di Dio richiede, da una parte e dall'altra, di liberarsi dalle pressioni consce o inconsce; poiché assoggettarsi a posizioni culturali o politiche preconcette può privare la riflessione di fede della sua oggettività e di conseguenza della sua fedeltà alla Parola di Dio. La Parola di Dio deve restare luce e guida, e non strumento di lotta. E se c'è lotta, essa sarà per la verità. In questo caso la Parola di Dio non può avere altro effetto che quello di unire i cristiani e gli ebrei di Terra Santa.

 

- La fede nell'uomo. Cristiani ed ebrei in Terra Santa credono nell'origine divina dell'uomo, creato ad immagine di Dio. Essi credono che l'uomo non è essenzialmente corrotto e che il seme soprannaturale gettato in lui dal Creatore può e deve portare frutti di giustizia e di bene. L'uomo di Terra Santa, cristiano o ebreo, crede di poter dimenticare le piaghe del passato e di potersi proiettare con confidenza e coraggio, ma anche con fede, verso un futuro di buon vicinato, di giustizia e di eguaglianza. E vero che il cristiano di Terra Santa è un palestinese e che la vendetta è quasi un valore nella mentalità araba; è vero che l'ebreo di Terra Santa può attingere dalla Bibbia nozioni come quella del Dio degli eserciti e del Dio della vendetta. Ma è anche vero che il Dio della Bibbia è un pedagogo che aiuta il fedele ebreo a passare gradualmente dal concetto del Dio della vendetta a quello del Dio che ama e che dimentica, e che la fede bimillenaria del palestinese cristiano ha destabilizzato il subcosciente vendicativo ed ha aperto il cammino della riconciliazione e del perdono. Non si sono forse visti scolari palestinesi, cristiani e musulmani, offrire fiori al Presidente Rabin l'indomani della firma dell'accordo di pace a Washington?

 

3. Gerusalemme, simbolo dell'alterità

 

Gerusalemme è un vero campo di pratica dell'alterità. Se c'è un luogo al mondo dove l'altro, gli altri, si presentano come soggetto uguale, degno ed usufruente degli stessi diritti, tale luogo è proprio Gerusalemme. Cristiani ed ebrei ci vivono, dividono e commemorano la loro storia di salvezza. Non solamente i luoghi che rendono tangibile la memoria storica e religiosa dei cristiani e degli ebrei (e anche dei musulmani) sono assai vicini geograficamente, ma ci sono anni nei quali la Pasqua cristiana e la Passover ebrea (e l'Id Al Fitr della fine del Ramadan musulmano) sono celebrate in date molto vicine. Là è il cuore della vocazione di Gerusalemme. La memoria del passato è celebrata per essere fonte di coraggio e di riconciliazione per il presente e per diventare sorgente di ispirazione profetica per l'avvenire.

 

Non sono i militari ad essere necessari a Gerusalemme, ma i santi ed i profeti. Santi che ravvicinino gli uomini tra di loro ed a Dio, profeti che lancino il messaggio: a Gerusalemme nessuno è straniero. Tutti i credenti vi hanno diritto di cittadinanza e ciascun credente ha il diritto di essere ciò che egli ha scelto di essere. Gerusalemme deve rompere tutte le barriere. Essa è l'unica città al mondo e nella storia ad avere questo ruolo, ed occorre assolutamente darle l'opportunità e la possibilità di esercitarlo.

 

4. Conclusione

 

Non si poteva concludere altrimenti, parlando dei rapporti fra cristiani ed ebrei in Terra santa. Perché al cuore di questa Terra benedetta c'è Gerusalemme, la Santa, madre di tutte le chiese, madre di tutti i credenti e madre di tutti gli uomini di buona volontà. Gerusalemme è la città della presenza dell'altro, del dialogo e del richiamo alla trascendenza. Nonostante la sua lunga storia di conflitti, di violenza e di fanatismo, essa rimane il posto dove cristiani ed ebrei vengono a cercare un supplemento di speranza. L'armonia fraterna vissuta nella pluralità è la testimonianza per eccellenza che la città santa è chiamata a dare al mondo.

 

Se gli uomini saranno capaci di camminare insieme a Gerusalemme, questo potrà essere l'inizio di una marcia che metterà in moto l'intera umanità.

 

 

 

Note:

1 Basti citare l'aneddoto (storico) del medico musulmano Asad Ibn Gani (siamo in regime abbasside), che si trovava disoccupato mentre l'epidemia infuriava in pieno, e che pure era abile nella sua arte. Agli amici che se ne meravigliavano rispose: "Innanzi tutto, per i clienti io sono musulmano, e si sapeva, prima ancora che io divenissi medico, anzi prima ancora della mia nascita, che i musulmani non riescono in medicina. Poi, io mi chiamo Asad (nome musulmano) invece di chiamarmi Salib, Gabriele o Giovanni (nomi cristiani)".

2 E' interessante ricordare che uno dei grandi ospedali di Israele porta oggi il nome di questo medico (Rambam = Rabbi Moussa Bin Maimoun).